Il mediocredito friulano e l'ingordigia del Pd

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di Giorgio Sorial

Ve l’avevamo detto: usano le partecipate a loro gusto e piacere. Se poi la partecipata è pure una banca il partito democratico non ce la fa proprio! Questo è il caso della Banca Mediocredito del Friuli Venezia Giulia, società a partecipazione mista a prevalenza pubblica, controllata dalla Regione Friuli Venezia Giulia che ne detiene la quota di maggioranza attraverso la Finanziaria Mediocredito.

L’istituto finanziario controllato dalla regione ha fatto registrare nel 2015 la quarta perdita consecutiva chiudendo l’esercizio con un rosso di 39,6 milioni di euro, dopo la perdita di 29,5 milioni di euro nel 2014, i 63,4 milioni di euro persi nel 2013 e i 7 milioni di euro di perdita nel 2012. Conti che hanno bruciato in totale più di 140 milioni di euro, senza calcolare il prossimo preventivato disastro a seguito delle continue ricapitalizzazioni, che porterebbero l’entità totale dello spreco di denaro a un miliardo di euro, rendendo la partecipata della regione Friuli Venezia Giulia - guidata da Debora Serrachiani - un unicum in Italia: un mix tra società a partecipazione pubblica impegnata a drenare soldi pubblici e un vero e proprio caso finanziario che potrebbe deflagrare in stile Monte dei Paschi di Siena.

Ma andiamo con ordine.

Fondata nel lontano 1957 (addirittura prima della costituzione della Regione Autonoma) con lo scopo sviluppare il sistema produttivo dell’area, l’Istituto ha attraversato decenni di storia, ma non ha resistito al passaggio delle giunte regionali del presidente Renzo Tondo di Forza Italia (appoggiato da Lega Nord, Alleanza Nazionale, UDC) e dell’attuale presidente di regione Debora Serracchani, vicesegretario del Partito Democratico, appoggiata nelle elezioni del 2013 anche da Sel.

La regione autonoma controlla la banca attraverso la Finanziaria Mediocredito con una quota maggioritaria: il 54,99% del capitale dell’istituto. Le restanti quote sono distribuite a istituti del calibro di Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, con il 30,50%, la Finanziaria delle Banche di Credito Cooperativo del Friuli Venezia Giulia per lo Sviluppo del Territorio SRL con il 4,39%, la Banca Popolare di Cividale con il 3,26%, Banca Popolare Friuladria 2,95%, Confindustria Udine 1,42%, Unicredit 1,14%, Generali 0,26%.

Negli ultimi anni, con la crescita delle sofferenze, sono venute alla luce anche le continue rettifiche di valore e gli accantonamenti per presiti a imprese già praticamente in default.

Portando così alla prima perdita di esercizio nel 2012, per 7 milioni di euro.

A seguito delle ispezioni di Banca d’Italia, la proprietà ha proceduto con due aumenti di capitale nel 2010 e nel 2012, non riuscendo però a risolvere la situazione e portando la terza ricapitalizzazione da 100 milioni di euro nel 2013.

Ricapitalizzazione che ha portato la Regione alla sottoscrizione per la sua quota, attuata con il prosciugamento delle risorse pubbliche e l’indebitamento, mentre gli azionisti privati (Fondazione e Banche) valutavano la cessione dei pacchetti azionari.

Nel frattempo per il 2016 si prospetta un disastro annunciato, poiché sarà necessaria una ulteriore ricapitalizzazione, dovuta in particolar modo all’ennesimo buco causato dalle eventuali perdite per la cartolarizzazione da cessione di crediti difficilmente esigibili: 357 milioni di euro per i lordi, 153,5 milioni quelli netti, per un complessivo di 602 milioni di euro di crediti deteriorati, almeno il 30% degli impieghi.

Ma per comprendere il perché di tutto ciò bisogna analizzare la composizione del consiglio di amministrazione della banca, tra vecchi e nuovi esponenti.

Il Cda è presieduto dalla professoressa Cristiana Compagno - ex rettore dell’Università di Udine, voluta dalla Serracchiani - e in carica proprio dal 15 gennaio 2015, giorno in cui il Consiglio della banca provvedeva a raddoppiare l’indennità di carica del presidente da 60 mila a 120 mila euro anno, mentre la Serracchiani stessa annunciava lo stop ai super manager e una riduzione delle indennità pubbliche.

Il cda vanta consiglieri del calibro dell’avvocato Enrico Bran, già consigliere comunale del comune di Trieste per la Democrazia Cristiana, il dottor Giorgio Minute, già direttore generale della Federazione delle Banche di Credito Cooperativo del Friuli Venezia Giulia, la dott.ssa Annamaria Tonelli, già moglie di Roberto Finardi, direttore generale della regione Friuli Venezia Giulia, voluto al palazzo della giunta proprio da Debora Serrachiani, nonché l’ex consigliere del cda Massimiliano Marzin, già assessore al comune di Udine per la Lega Nord.

Ma in particolar modo, è sorprendente la carica di vicepresidente assegnata al dott. Diego Frattarolo, attualmente direttore delle risorse umane e acquisti della Finanziaria Internazionale Holding SPA di Conegliano (TV), gruppo operante nel settore dei servizi finanziari avanzati, a cui verrebbe affidata la gestione del pacchetto di crediti della banca, al 15% del lordo (ossia a un valore percentuale molto inferiore di quello che è stato concesso per le quattro banche private Banca Marche, Popolare dell’Etruria, CariFerrara e Carichieti), permettendo così la cessione delle sofferenze a un valore di soli 53,5 milioni di euro, molto inferiore per esempio a quanto verrebbe valutato dall’eventuale Fondo Atlante che lo stimerebbe a 150 milioni di euro.

Ben 100 milioni di euro di differenza che, secondo la quota di controllo posseduta dalla Regione Friuli Venezia Giulia (54,99%), corrisponderebbe ad ulteriori 55 milioni di euro di soldi pubblici, provocando ulteriori danni e tagli ai servizi essenziali destinati ai cittadini.

Tutto ciò per mere logiche di potere e di danaro.

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