Il Partito Unico dei Derivati che ha affossato l'Italia #FuoriIContratti

Articolo estratto dal blog di Beppe Grillo, consulta il contenuti originale.



di MoVimento 5 Stelle

I derivati sono il simbolo di un sistema finanziario criminale che ha sottratto la sovranità ai popoli consegnandola alle grandi banche d’affari e ai centri politici che le manovrano.
Secondo le ultime rilevazioni riportate da una preziosa inchiesta dell’Espresso, l’Italia è esposta in derivati per un totale di 150 miliardi di euro , con perdite nette che si attesteranno nei prossimi anni intorno ai 40 miliardi di euro, quasi il 5% della spesa pubblica e il 2,5% del Pil nazionale.

Per capire le dimensioni del problema basti ricordare che in queste settimane il Ministro dell’Economia Padoan è in difficoltà nel trovare i 3,4 miliardi di euro pretesi dalla Commissione Europea, cioè una somma pari allo 0,4% della spesa pubblica e allo 0,2% del Pil. La minaccia dei derivati è quindi gigantesca, soprattutto per un Paese come l’Italia che non ha più alcuna sovranità sulla moneta e sul bilancio pubblico, entrambi appaltati a Bruxelles.

Cosa sono i derivati?

Si tratta di scommesse tra due attori - in questo caso il Governo italiano e una grande banca d’affari - sull’andamento di una determinata attività che può essere un titolo di borsa, un rapporto di cambio tra valute o un tasso di interesse, per citare solo le più diffuse. Il derivato è il contratto che regola la scommessa, vincolando i contraenti a pagarsi reciprocamente flussi di denaro secondo scadenze prestabilite. Se il tasso di interesse o il titolo di borsa di riferimento si muovono come aveva previsto il Governo, i flussi in entrata per le casse pubbliche saranno maggiori di quelli in uscita, se si muove come aveva previsto la banca, al contrario, il bilancio pubblico subirà delle perdite nette.
L’esempio classico è quello del derivato basato su un tasso di interesse (Irs, Interest rate swap): supponiamo che il Governo emetta e poi venda un titolo di Stato ad un investitore privato per un controvalore di 1 miliardo di euro, come esemplifica l’Espresso. Su questo prestito lo Stato dovrà corrispondere all’investitore un tasso di interesse a scadenza periodica, tanto più oneroso quanto più sono alti in quel frangente i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani. A questo punto il Tesoro decide di stipulare un derivato con una banca d’affari, sul quale scommette (o meglio, spera) di guadagnare qualcosa per compensare il costo degli interessi sul debito emesso: ad esempio il Tesoro si impegna a pagare una volta l’anno il 4% di quel miliardo alla banca d’affari, e questa a pagare nello stesso momento al Tesoro un tasso variabile. Se il tasso variabile (che dipende dal contesto internazionale) sale oltre il 4% nel periodo compreso dal contratto ci guadagna il Governo, se rimane sotto a guadagnarci è la banca. Un tipico tasso variabile utilizzato nei contratti derivati Irs è l’Euribor, cioè il tasso di interesse medio delle transazioni in euro tra le principali banche europee.

Quanto ci sono costati e quanto ci costeranno?

L’esito della scommessa, purtroppo, è scontato. Le banche d’affari infatti si servono di personale iper-specializzato mentre i Governi ricorrono ai derivati per disperazione quando non riescono più a governare la finanza pubblica e, negli ultimi decenni, il Presidente del Consiglio, alcuni ministri e diversi tecnici sono stati spesso espressione diretta dei poteri finanziari con cui contrattavano i derivati, configurando un gigantesco e impunito conflitto di interessi. Per questi motivi i contratti si rivelano prima o dopo delle fregature per le casse pubbliche, come in effetti è avvenuto: l’Italia ha perso in derivati 23,5 miliardi di euro in soli 5 anni, dal 2011 al 2015. Una somma che equivale ad una manovra finanziaria e che supera, per dire, il costo del reddito di cittadinanza proposto dal M5S. Solo nel 2012 l’Italia ha perso 3,8 miliardi di euro per una folle scommessa con la banca d’affari americana Morgan Stanley e nei prossimi anni altre perdite di dimensioni simili sono quasi assicurate . Tra le banche beneficiarie di questi contratti c’è anche l’americana Goldman Sachs, dove hanno prestato servizio niente di meno che Romano Prodi, Mario Monti e Gianni Letta.

Il problema dei derivati, già enorme per lo Stato, è addirittura letale per gli Enti locali, costretti a ricorrervi per compensare i sempre minori trasferimenti statali . Ecco allora che il cancro dei derivati è diventato una metastasi e rischia di portarsi con sé anche servizi e bilanci dei nostri territori.

Ostruzionismo contro il M5S

Da quando è entrato in Parlamento nel 2013 il M5S ha provato in ogni modo a fare chiarezza sui contratti derivati in carico al Tesoro , ma sia la responsabile della gestione del debito Maria Cannata che la commissione per l’accesso ai documenti amministrativi hanno sbattuto la porta in faccia ai nostri parlamentari della Commissione Finanze. Anche Padoan si è nascosto dietro la riservatezza di questi contratti, sostenendo che in caso contrario si verrebbe a creare “uno svantaggio competitivo del Tesoro verso gli altri operatori di mercato”. Da parte della politica non c’è stata quindi solo incompetenza e collusione con le istituzioni finanziarie, ma anche arroganza e spregio della democrazia.

Di chi è la colpa?
L’inchiesta dell’Espresso ha il merito di ricostruire il percorso che ha portato l’Italia ad aprirsi ai derivati: il primo provvedimento strutturato è del Governo Dini, nel 1995, che amplia e liberalizza questo mercato speculativo, poi è il Governo Prodi a costringere di fatto gli Enti locali a stipulare derivati per compensare il costo dei mutui con le banche. Dopo Prodi è il turno del Governo Berlusconi, sotto il quale i derivati stipulati da Stato ed Enti locali spiccano il volo. Dal 2006 il patto con il diavolo comincia a presentare il conto e i flussi diventano negativi per il bilancio pubblico, in un crescendo che trova il suo culmine nel 2015, nel pieno del Governo Renzi. Come si vede non si è trattato dell’errore di un singolo Governo, ma di un Partito Unico dei Derivati che ha ingabbiato il bilancio pubblico e ipotecato il futuro degli italiani. Dal centro-destra al centro-sinistra passando per i Governi tecnici nessuno può dirsi innocente.

Ciò che l’Espresso non dice, però, è che il problema di fondo sta nel sistema finanziario globale per come si è evoluto a partire dagli anni Ottanta. Le classi politiche nazionali (inclusa quella italiana) hanno la colpa storica di aver accettato senza riserve la globalizzazione finanziaria, rinunciando al modello di sviluppo precedente incentrato sulla sovranità monetaria ed economica dello Stato. Senza il controllo del bilancio e della Banca d’Italia, il Tesoro ha di fatto rinunciato a governare i tassi di interesse sul debito pubblico e il valore della moneta. In questo modo il costo del nostro debito pubblico è passato in mano ai mercati, aumentando vertiginosamente sin dal 1981.

Il nostro rapporto debito/Pil è raddoppiato in soli 12 anni, tra il 1981 e il 1993 (da circa il 60% a quasi il 120%) trascinato dagli interessi. Con Maastricht, la banca universale e infine l’euro, l’erosione della nostra sovranità è stata portata a termine colpendo salari dei lavoratori, profitti delle piccole e medie imprese e servizi pubblici. E dal 2006 l’Italia ha cominciato a perdere anche sui derivati, stipulati inizialmente per limitare i danni della globalizzazione finanziaria ma poi rivelatisi un macigno sui conti pubblici.

Questo processo criminale va invertito, pena la morte irreversibile del benessere e della democrazia in Italia. Non sarà il Partito Unico dei Derivati a farlo.

Commenti

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